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Senhora Fernanda

D

evo dire di essere sempre stata fortunata con i vicini di casa. Per diciotto anni, dall’altra parte del muro ci sono stati il nonno Mario, la nonna Gianna e la loro scorta di dolci nascosta nel mobile accanto al divano. A Bologna, c’erano gli Sdrubolini: forse un po’ rumorosi, ma altrettanto comprensivi con il nostro rumore. L’anno scorso, invece, i miei vicini non sapevo neanche chi fossero. Mi sono ritrovata un po’ per caso a vivere in una ilha a Porto, in Portogallo. Le ilhas sono quartieri poveri costruiti 100 anni fa dalle industrie locali per i dipendenti. Lì vivevo con Lydia e insieme, nonostante ci conoscessimo da poco, avevamo creato il nostro linguaggio per catalogare gli abitanti del piazzale. C’era la Teresina de Jesus, l’unica che chiamavamo per nome, che abitava alla nostra destra con il suo straordinariamente grasso marito, in codice Obesaurix. Oltre la loro casa c’era la signora con l’occhio di vetro, un po’ inquietante, ma molto gentile. A sinistra, l’orto del Vecchio ubriacone che regalava verdure a tutto il quartiere. Bastò poco tempo perchè questa combriccola di settantenni ci prendesse in simpatia e la vita sembrava non riservarci più sorprese in Rua do Barão de Forrester 755. Invece, intorno alle dieci di una sera di aprile, sentimmo bussare alla porta. Sulla soglia ci aspettava una signora spelacchiata e piena di rughe, che farfugliava in un portoghese quasi incomprensibile. Diceva di avere dor de cabeça e che le servivano medicine, che si chiamava Fernanda e abitava all’interno 1. La facemmo accomodare sul divano, mentre Lydia andò di corsa in farmacia. Nell’attesa, chiesi alla Senhora Fernanda di spiegarmi un po’ come stava e non ci volle molto per capire che, in quel momento, non era di farmaci che aveva bisogno. Mi spiegò che si sentiva male perchè suo marito era uscito senza dirle nulla per andare a trovare i “passarinhos” (gli uccellini, cioè le sue amanti). Che il figlio non le fa mai visita e che persino la sua gatta Kika non vive con lei. Tempo di un the e qualche fototessera della nipotina mostrata con orgoglio che la Senhora Fernanda era già sorridente di ritorno verso casa. Iniziarono così una serie di nuove abitudini fra di noi: qualche visita “alla ricerca di medicine” o per chiedermi che giorno era della settimana, le pulizie del piazzale e la stesura dei panni lavati sui fili del cortile. Alla vigilia della mia partenza, mi disse che era da tanto tempo che non si sentiva così vicina ad una persona. Tornai in Italia e la Senhora Fernanda cominciò a scrivermi delle lettere. Ripeteva che era appena stata al funerale della madre. La madre però era morta vent’anni prima. 

Dopo circa un mese andai a Porto per qualche giorno ed ovviamente mi accordai per uscire a pranzo con lei. L’appuntamento era alle 12, ma arrivai con 15 minuti di ritardo. Pensai che non sarebbe stato un problema, la Fernanda non sa neanche che giorno è. Invece era già per strada, con la sua maglietta delle occasioni importanti, che si guardava in giro spaventata, ma con gli occhi speranzosi ogni volta che incrociava un passante. Mi vide e le si illuminò lo sguardo. Disse, sollevata, che pensava che le avessi dato buca e che in quel caso sarebbe venuta fino in Italia a tirarmi per le orecchie.

dona Fernanda

Arrivate alla Confeitaria Calica mi fece sedere fiera nel suo tavolo preferito, all’angolo della sala “per vedere tutto quello che succede”. Mi presentò alle amiche e anche al cameriere. Io ordinai la versione portoghese della cotoletta e, a sorpresa, anche lei, ma con le patatine al posto dell’insalata perché, disse, “quella fa schifo”. Tirai fuori dalla borsa una foto di noi due che volevo regalarle. La Senhora Fernanda sorrise e mi disse: “Che bella che sei in questa foto! E questa signora chi è? La tua mamma?”. La conversazione fu interrotta dai piatti in arrivo. Fernanda, ignara di ciò che era appena successo, divorò in tempo record la sua cotoletta, considerando il solo ed unico dente di cui è dotata. Felicissima, continuava a chiedermi se il pranzo era di mio gradimento e a ordinare per me spremute d’arancia, torta e caffè. Ora sono di nuovo in Italia e la corrispondenza con la Senhora Fernanda continua. Io le dico che Porto mi manca, lei mi dice sempre di “non correre, che la vita passa in fretta e un giorno o l’altro ci ritroveremo di nuovo a mangiare panados alla Confeitaria Calica”.

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