Dark

Light

Dark

Light

preloader
Dove ci trovi
Torre Civica, Piazza Matteotti Guastalla (RE)
Made in Lowland
Radici
Partecipa
radiciposterzine@gmail.com

Piccoli miracoli a Sarajevo

Q

ualche anno fa ho letto un libro che non sono più riuscita a togliermi dalla testa. Si chiama Sarajevo Mon Amour, lo ha scritto il generale Jovan Divjak. Divjak nasce a Belgrado nel 1937 da genitori serbi, frequenta l’Accademia Militare in quella stessa città e vive per un breve periodo a Parigi, per ultimare gli studi. Poi nel 1966 si trasferisce a Sarajevo e, come dargli torto, se ne innamora. Continua a svolgere diversi incarichi negli alti ranghi dell’Armata Popolare Jugoslava fino al 1992, quando la guerra colpisce la Bosnia e la sua Sarajevo viene assediata. In quel momento Divjak si trova di fronte a un bivio: schierarsi coi suoi connazionali, contribuendo così all’urbicidio e al massacro dei suoi cittadini, o difendere la popolazione civile, diventando un traditore agli occhi dei serbi. Divjak sceglie la seconda opzione. Si schiera con la Difesa Territoriale di Sarajevo, disertando l’esercito jugoslavo e assumendo il comando della difesa della capitale bosniaca. È diventato il simbolo della Sarajevo fiera, coesa e multietnica, priva di preconcetti razziali e religiosi, combattendo al fianco dei bosgnacchi e difendendo al contempo i diritti dei serbi rimasti. Divjak è uno di quegli eroi comuni di cui ogni guerra (e ogni generazione) avrebbe bisogno, il difensore degli ultimi per il solo fatto di essere ultimi, senza badare alla nazionalità, al credo, al numero di scarpe o all’appartenenza sociale. Ho sempre sognato di incontrarlo, ma con la stessa ingenuità con cui ogni bambino sogna di incontrare Cristiano Ronaldo.

Stasera avevo voglia di perdermi per la città e mi sono messa a gironzolare per strade che di solito non frequento. Sul marciapiede incrocio un signore col cappello, in una mano ha l’ombrello, nell’altra la borsina piena di verdura del Markale. I nostri sguardi si incrociano, lui solleva leggermente il basco a mo’ di saluto. Proseguo di qualche passo, mi blocco in mezzo alla strada e torno indietro di corsa.

“Excuse me Sir, sorry for disturbing, are you Jovan Divjak?”

Lui mi guarda un po’ interdetto, subito non risponde e io tra me e me penso: “Ecco, brava Lucia, adesso se non è lui prova a spiegargli in bosniaco che lo hai scambiato per un’altra persona”

“Oui, c’est moi”, mi tende la mano con un’aria fra il lusingato e l’imbarazzato.

Mi commuovo, lo abbraccio e cerco di dirgli con quelle quattro parole di francese che mi ricordo dalle medie che sognavo di incontrarlo da tempo. Rimaniamo in mezzo alla strada per almeno 15 minuti, mi chiede cosa faccio a Sarajevo e per quanto ci rimarrò. Mi chiede anche come ho fatto a riconoscerlo, e io gli confesso che mia mamma mi ha fatto con una buona memoria visiva e mi ricordavo la sua faccia sulla copertina del libro. Io vorrei chiedergli così tante cose che finisco per non chiedergli nulla e continuo a stringergli la mano. Alla fine mi lascia il suo numero di telefono e poi mi interroga:

“Vedi che nel mio numero compare il 68? Ti ricordi cos’è successo nel ’68? La révolution des…?”

“Des jeunes étudiants?”

“Très bien! Et en 1914?”

“L’inizio de la première guerre mondiale”

“Très très bien”

illustrazione

Mi ha detto di telefonargli, di andare a trovarlo alla sua associazione, Obrazovanje Gradi BiH, “L’istruzione costruisce la Bosnia”, che aiuta gli orfani di guerra a crearsi un futuro tramite la scuola. E, con la punta d’orgoglio che contraddistingue gli abitanti di Sarajevo, mi ha suggerito di guardare il film Venuto al mondo, dove interpreta se stesso. Prima di separarci, cantiamo insieme Nel blu dipinto di blu. Mi saluta col baciamano e, assieme al suo cappello, al suo ombrello e alla borsina del Markale, prosegue la sua strada verso casa.

Everyone likes cookies!