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Frammenti di un diario polveroso: Nepal e India

S

e dovessi descrivere l’India con una sola parola non ne andrei a capo.
Non si può definire.

Ho sentito le più svariate e controverse opinioni su questa terra,
ma ho cercato di approdarci a mente sgombra,
candida come la pagina di un libro non ancora scritto,
libera da ogni aspettativa.
Ho lasciato che il paese mi riempisse con i colori dei suoi Sari,
che mi inebriasse con i suoi odori persistenti di coriandolo e curcuma,
che mi stordisse con il rumore perenne dei suoi clacson,
che mi affascinasse con le sue centinaia di divinità’,
che mi stupisse con la curiosità dei suoi abitanti,
che mi sporcasse con la polvere delle strade,
che mi catturasse con il potere della sua cultura.
L’India, terra dall’animo variopinto e magico.
Bisogna prenderla cosi come viene e viverla per quello che è.

India

Prossimo passo, Nepal.

Ci facciamo strada in questo Terai deserto, ogni tanto ci passa accanto qualche contadino con il suo carretto o un gregge di capre; il resto è silenzio e pace per I sensi, una libera corsa in bicicletta, attorno a me solo l’odore di terra bruciata, il cielo blu sgombro da ogni nuvola, gli aridi campi e qualche macchia verde coltivata. Attraversiamo minuscoli villaggi, case in fango e mattoni, visi scavati, pelle rugosa e scura, marchio del duro lavoro sotto il sole, un bambino insegue un agnellino, la scia di un sari colorato dietro la porta, una donna accucciata lava i panni, un uomo batte con il suo martello, gli occhi posati su di noi, su di me, interruzioni della quotidianità in villaggio.

Ora Parbati sta ballando, Tilkala cucina e Kalpana e Sharmila ridono di gusto mentre preparano il roti. È saltata la luce, ma anche al buio niente si ferma. La cena è sempre la parte più bella, ci ritroviamo tutte e cinque nella stretta cucina e ci mettiamo all’opera. Il caldo asfissiante se ne è andato e ha lasciato il posto ad una nottata stellata e fresca, gli animi sembrano risvegliarsi e gli stomaci si fanno affamati. Sgranocchiamo chicchi di legumi tostati, scricchiolano tra i denti.

India

Ognuna di loro è marchiata da diversi simboli su mani e braccia, sono tatuaggi tribali, è d’obbligo farli per essere accettate dal villaggio; ogni anno un santone passa per i villaggi e incide sulle loro pelli segni indelebili, stesso ago che probabilmente ha passato prima di loro altre mille braccia. Non sanno niente di come l’Hiv sia comunemente trasmessa anche attraverso questi rituali. Ma non possono rifiutarsi ad essi, se lo facessero verrebbero escluse, “se non fossimo marchiate e ci ritrovassimo un giorno per strada assetate e chiedessimo dell’acqua, questa ci sarebbe negata.” Devono farlo per l’acqua, per la tradizione, per sopravvivere.

Scorrendo le fotografie ne noto una dove si intravede una cicatrice rossa proprio sul cuore. Le chiedo cos’è, lei si scosta il sari e mi mostra: una cicatrice con una S e una P sovrapposte, e sotto una scritta in Nepali. Mi racconta del suo amore per un ragazzo di una casta più bassa, del non poter stare con lui perché’, essendo lei una donna e di casta superiore, avrebbe perso la sua casta. Scendere di casta è impensabile, significa perdere tutto e tutti, non poter più avere il permesso di entrare in casa propria, non poter più essere accettata da genitori, familiari o amici. Per una donna significa non poter più avere una vita. S e P, le loro iniziali incise sul petto con una lama di rasoio, e sotto la scritta I love you. Un amore impossibile.

Segno
India

La semplicità dei gesti: mi sorprende ogni volta il modo affettuoso nel quale le ragazze mi prendono per mano per strada e come sia importante stare vicine.

In ognuna di loro c’è una forza indescrivibile, sono speciali nel loro piccolo, sono combattenti, non si arrendono, cariche di voglia di conoscere e imparare ci mettono tutte loro stesse per portare a termine i loro progetti, per essere libere, libere di scegliere, libere di essere quello che desiderano. Timide ma impavide, queste grandi donne, esempi di vita.

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