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Mondine emiliane nelle risaie d’Italia: una storia di riso

“Così come le loro nonne ad andare alla monda nelle risaie per guadagnare qualcosa e le loro bisnonne a reggere matriarcalmente le famiglie contadine, queste ragazze emiliane anche oggi, hanno stampato sul viso la fierezza della loro femminilità produttiva e indipendente, una femminilità conquistata a fatica nel corso dei decenni”

Altri libertini – Pier Vittorio Tondelli

Ci svegliavamo alle quattro e mezza, facevamo colazione e c’era il contadino che ci dava il latte, insieme la cuoca. Eravamo in cinquanta, ottanta, duecento. C’era una corte grossa, con un’aia immensa e c’erano diversi capannoni e noi dormivamo sulle reti, o per terra con la paglia, dentro a un sacco lungo. Nei capannoni dove dormivamo, non c’era la luce. Avevamo le candele. Alle 8 mezza c’era un uomo che andava in paese e ci portava poi il pane, stavamo in piedi dieci minuti. Erano dieci minuti preziosi, perchè eravamo sempre inchinate a piantare il riso in mezzo all’acqua… allora ti rompevi le dita, c’erano le bisce, gli insetti, le bestie, nell’acqua. In treno per arrivare ci mettevi una giornata, andavi su qua a Guastalla, cambiavi a Parma, cambiavi a Milano, per andare a Vercelli. Avevamo una cassetta che usavamo come valigia, ce l’ho ancora in granaio. Quando arrivavi là, veniva un uomo con i cavalli e il carro, prendeva le cassette e caricava anche noi mondine… non si arrivava mai nella cascina. Andavamo a metà maggio e tornavamo a casa a luglio, se non pioveva allora si andava, se pioveva stavamo nella camerata, come i soldati. Ritornavamo con 50 mila lire.

mondine campo

Che vita… che vita i primi anni… ma io non ho mai pianto. I primi anni avevo 14 anni. ​Me madar l’avrà fat tren’tan , la Maria adla giacomina, tren’tan anca le (1).​ Eh, prendevi dei bei soldini… stavi là, stavi in compagnia e la sera si cantava, alla sera andavamo a ballare. Nelle aie, c’era uno solo che suonava la fisarmonica e tutte noi mondine ballavamo. C’erano i soldati, non so come mai, forse facevano il militare lì e venivano a ballare con le mondine. Era il 1957, era bello. Ho ballato anche io, ero brava, mia mamma era una ballerina, mi ha insegnato lei. Era bello. Forse alla mia età si viveva meglio l’esperienza in risaia. C’erano donne più grandi, poverette, una era incinta e ricordo che la chiamavamo vicino a noi perchè spesso non riusciva a tenere il nostro passo, rimaneva indietro e noi la tiravamo avanti, il padrone lo sapeva. Altre erano anziane e facevano fatica. Ma io ero giovane, stavo bene. Non mi faceva male la schiena. Eravamo tutte in fila a lavorare. In 20, 30, 50 e dovevamo andare avanti insieme. Alcune non riuscivano. Le piemontesi che abitavano in paese non erano brave come le reggiane. Il padrone ci chiamava perché eravamo più brave, eravamo delle grandi lavoratrici. C’erano delle donne che lavoravano lì ma non erano in regola. Noi eravamo in regola avevamo il contratto già prima di partire da Luzzara. Abbiamo fatto uno sciopero una volta, perché volevamo l’aumento della paga e perché anche loro venissero messe in regola. Loro invece erano contro di noi e volevano lavorare nonostante lo sciopero. Allora gli lanciavamo i sassi. Ricordo che quella volta è venuta anche la polizia. Venivano a controllarci anche di notte a causa di questa lite. Però erano anni belli si cantava sempre. Non è come adesso che se uno canta viene preso per matto. Facevamo otto ore al giorno e se ne facevi 9 ti pagavano gli straordinari. Alle 3 del pomeriggio finivamo e c’era ancora il sole. Andavamo a lavarci nei fossi, l’acqua era limpida. Mangiavamo sempre riso. Con i fagioli o le verdure. Ma poche. Ci davano un kg di riso al giorno. Tornavamo a casa con circa 50 kg di riso. Spesso abbiamo dovuto trascinare il sacco. In cascina si facevano gli scherzi, soprattutto quando andavamo a letto. Mettevamo il sacco nel letto di alcune…

cosa significa? Metti il lenzuolo, lo pieghi così e quando fai per andare sotto non vai sotto. La prima volta, io non lo sapevo e ho detto: ​mama, ma sagla cava mia andar avanti (2). Eh l’avran fat an schers (3). Ah, c’erano di quelle che lo accettavano e di quelle che non ci stavano. Abbiamo fatto uno scherzo ad una donna anziana che era cattiva… le avevamo messo al ​söcar in dal let (4),​ così la notte per farcela pagare, aveva due zoccoli di legno e töta not là picià in dla caseta (5). Avevamo un cuscino di piuma e questa donna ha rotto un cuscino ad una ragazza da quanto era arrabbiata… c’erano tutte le piume nel camerone. Poi c’era questa donna, sposata con due figli, era un po’ credente, a lei facevamo degli scherzi… ​là torturavum (6)…​ una sera, io e una mia amica l’abbiamo colorata con un pitturino, era nero lucido, ​ium fati i bafi (7)…​ la mattina si è alzata, è andata giù a prendere il  latte… e c’era il padrone: ​Anna! Cusa ghèt? …. Cusa goia? … vat a vardar nel spiechio (8)… Quand lè gnida so…la sa dat ​e urlava ​cat vegna an cancar a cli ‘nimali lè… (9)

Le abbiamo fatte tutte, come passatempo… Un volta, una mia amica, ha litigato con un’altra sua amica in risaia e ha preso una ​bagaia ad tera (10) e le ha dato in faccia la terra e noi le dicevamo: “Letizia? E’ buona la terra piemontesa?”
C’erano ragazze di Luzzara, Villarotta, Boretto, Gualtieri… c’erano tante risaie e c’erano tante mondine reggiane… mi piacerebbe andare a vedere il paese in cui andavo, si chiama Viancino, in provincia di Vercelli: c’era una chiesa, il fornaio e un calzolaio… sono andata tanti anni anche da piccola con mia mamma… andavo là con loro… Con i soldi guadagnati in risaia mi sono comprata la dote e una bambola di porcellana. Non avevo mai avuto una bambola da piccola, la desideravo tanto. L’ho comprata lì nel paesino. È durata molta anni, poi i miei figli l’hanno rotta. Sono stata un anno a Torino a lavorare come donna di servizio e una volta, mentre andavo in città in corriera passando nei paesini ho notato un gruppo di donne che camminavano e tra loro una che lavorava nei campi con mia madre, allora ho capito. Erano le mondine che andavano in risaia. Ho chiesto al conducente di fermarsi quando sono scesa e le ho raggiunte ho trovato mia madre lì con loro. Mi sono tirata su il vestito e ho trascorso la giornata in risaia a lavorare proprio come quando ero ragazzina. Il padrone ha esclamato “insomma è mezz’ora che conto le mondine… e ce n’è una in più! io non so come sia!”.

Tratto dal racconto pieno di amore per quei ricordi di Iotti Silvana

[2] Mamma non si riesce ad andare avanti

[3] Eh ti avranno fatto uno scherzo

[4] Zucchero nel letto

[5] Tutta notte ha fatto sbattere lo zoccolo sulla cassetta

[6] La torturavamo

[7] Le abbiamo fatto i baffi

[8] Anna cos’hai? Che cos’ho? Vai a guardarti nello specchio…

[9] E’ tornata su e ci ha picchiato, urlava imprecazioni e insulti vari

[10] Manciata di terra

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