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Lo spazio capovolto

A

volte mi capita di fermarmi a guardare la pioggia, credo sia il modo migliore per affogare i pensieri e fermare il tempo. Apro la finestra, esco, e mi siedo sul davanzale con i piedi appoggiati alla pensilina. Amo ammirare l’asfalto bagnarsi e riflettere le cose donandogli profondità.

Ho imparato persino a prevederla, l’aria si fa più salubre e solleva un profumo inebriante.

Non capisco perché la gente abbia tutta questa paura di inzupparsi. Conosco solo una persona a cui non dà fastidio e forse è quella che dovrebbe esserne più infastidita.

Non so il suo vero nome ma io la chiamo Alice, alludendo al pesce, perché non parla molto e inoltre mi sembrava il nome di specie più carino.

L’ho incrociata per caso, una sera particolarmente luminosa, mentre guardavo, da camera mia, una finestra cambiare colore con i riflessi della televisione. Me la trovai davanti all’improvviso, era così carina che non riuscii nemmeno ad esserne spaventato.

Ci guardammo intensamente per un paio di secondi, tra paura e stupore. Aveva uno sguardo alquanto tetro e penetrante.

 – Come ci sei finita qui su? –

Abbassò lo sguardo senza emettere alcun suono.

– Non sarà pericoloso per una ragazzina minuta come te? –

Ancora una volta non ricevetti nessuna risposta. L’ osservai meglio e notai delle mani rattrappite e laboriose, come di solito ha chi arrampica da molto tempo.

– A giudicare dalle mani è tanto che ti issi tra un tetto e l’altro, perché hai bisogno di andare così in alto? Da cosa stai scappando? –

– Da qua su tutto è piccolo e insignificante, non sei condizionato dalle dimensioni e osservi le cose senza alcun pregiudizio. Inoltre noti cose che non noteresti stando a terra, come i moscerini ad esempio. Questi sciami che fluttuano a mezz’aria sprezzanti del pericolo, un misto di incoscienza e audacia. –

La scrutai un po’ stranito ma la lasciai proseguire con il suo sproloquio.

– Tutti gli esseri viventi riescono a percepire un pericolo imminente e, solitamente, si preparano ad affrontarlo nel migliore dei modi. I moscerini no, loro se ne stanno lì, quasi con aria di sfida facendosi forza l’un l’altro. Mi chiedo se siano coraggiosi o solo molto ingenui. –

Provai a seguirla.

– Forse ho capito che intendi. I moscerini non sono mai soli, sono consapevoli del fatto che comunque vada, riusciranno sempre a trovare un modo per cavarsela. Agiscono semplicemente d’istinto. Mentre noi spesso siamo frenati, dalla nostra testa, dalla nostra coscienza. Talvolta avremmo bisogno di lasciarci andare contando di più sulla nostra forza e, magari, su quella delle persone che ci affiancano. –

– Sei il primo che si sforza di capirmi, di solito non ho molta fiducia nelle persone, preferisco starne lontana. La verità è che ho paura, oltre di non essere compresa e apprezzata, degli addii. –

– Prova a vederla diversamente, ogni persona ti dona qualcosa, che sia un gesto, un ricordo o del tempo da condividere. Tu immagazzina e fanne tesoro. Gli addii non sono a priori una cosa definitiva e poi, finché l’immagine sarà chiara, le persone vivranno per sempre dentro di te. –

 Gli occhi di Alice si aprirono, come se le mie parole gli avessero lievemente crepato quel suo spesso muro di convinzioni.

Da quel momento tornammo a goderci il silenzio con più fiducia e cognizione, cercando di non sprecare neanche un secondo di quel presente.

Avevo tremendamente paura di non rivederla mai più ma ovviamente non le dissi nulla di tutto questo, e mi limitai ad avvicinare le dita gradualmente fino ad incontrarla.

Dopo quel giorno non sono più salito su quel tetto, avevo il timore di offuscare quel ricordo ancora così limpido. Passavano i giorni, le nuvole, i cieli di grafite, ma di Alice nemmeno l’ombra. Sparita nel nulla così come si era presentata la prima volta. Senza di lei le giornate si fecero  più lunghe, i pensieri più frequenti e io iniziavo a sentirmi sempre più piccolo. Percepivo un tremendo bisogno di salire in alto, proprio come faceva sempre lei, osservare le macchine sfrecciare e portarsi via i problemi. Bisogno di godermi con calma quello spettacolo di luci lasciate dal passaggio delle persone. Da lassù le cose non fanno poi così paura e per una volta mi sarei sentito grande. Così decisi, almeno per quella volta, di salire sul tetto. Quel pomeriggio vi era un cielo particolarmente aperto e si riusciva a guardare più lontano del solito. Non avevo idea della reale ampiezza della mia cittadina. In particolare i miei occhi furono rapiti da tre grattacieli, posti in serie, con vetrate tendenti al nero come se in quel momento stessero riflettendo il mio animo. Rimasi a fissarli per qualche minuto, incantato dalla profondità di quel gioco di luce. La nebbia non mi aveva mai permesso di espandere, fino a quel punto, i miei orizzonti. Distolsi e abbassai lo sguardo: poco più in basso, come fosse avvolta e protetta da quelle tre maestose costruzioni, vi era una ruota panoramica. Elegante, bianca, lucente. Nonostante tutto quel ferro, trasmetteva leggerezza e fu un grosso sollievo per il mio buio interiore. Riuscivo già ad immaginarmici sopra, chiudere gli occhi e lasciarmi cullare dal quel lento movimento rotatorio. Dovevo assolutamente salirci. Scesi in strada e mi diressi verso quella direzione, non avevo la minima idea di come fare per raggiungerla ma usai il mio acerbo istinto. Ad una certa iniziai a chiedere indicazioni  e venni consolato dal fatto che non tutti sapevano dell’esistenza di questa, fino ad oggi misteriosa, ruota panoramica. Dovetti fare il cambio su due linee diverse della metro e fare diversi chilometri a piedi quando finalmente me la trovai davanti. Mi sembrava di averci messo una vita ma ne valse la pena. Scoprii, in realtà, che quella ruota era situata all’interno di un parco divertimenti assieme ad un centinaio di attrazioni coloratissime. Non vi era molta gente ma questo fu un bene, non mi sento molto a mio agio quando sono in mezzo a troppe persone, nonostante io sia un grande estimatore del caos. Rimasi piacevolmente stupito dall’atmosfera onirica che fluttuava nell’aria. Una delle cose che mi colpì maggiormente fu che ad ogni sguardo incrociato, seguiva un sorriso spontaneo. Nessun tipo di pregiudizio, semplicemente individui accumunati da un’irrefrenabile voglia di spensieratezza e giocondità. Provai ogni giostra, perdendo completamente la cognizione del tempo. Venni contagiato dai colori, dalle luci, dal profumo di mandorle tostate, dalle grida di gioia, forse tutte cose scontate ma di certo non banali e mi serviva ricordarlo. Si era fatto buio quando mi accorsi che da quell’ora in poi non vi erano più mezzi pubblici e avrei dovuto farmi tutta quella strada a piedi. L’adrenalina di tutta quell’euforia era oramai svanita lasciando spazio a una terribile stanchezza e pensare di dover attraversare mezza città prima di poter riabbracciare il mio letto, mi faceva innervosire non poco. Impostai il navigatore del mio smartphone per avere circa un’idea di quanto mi trovavo distante e non riuscivo a crederci. Percorrendo una strada tutta dritta,  mi sarei trovato sotto casa in poco meno di mezz’ora. Non me lo spiegavo, come se la mia concezione di spazio si fosse totalmente capovolta.  Mi piaceva pensare che fosse merito della città, un modo per ringraziarmi dopo averla esplorata cercando zone secondarie che hanno ancora qualcosa da trasmettere. Camminai piuttosto lentamente e mi presi diverse pause per via della stanchezza, ma il viaggio non fu più di tanto faticoso. Arrivato a casa mi fiondai in camera e mi voltai verso la finestra per vedere se da lì riuscivo a scorgere la luminosità della ruota. Fu così che vidi Alice, seduta a gambe incrociate sul mio davanzale. Il modo migliore per concludere questa giornata inizialmente agrodolce. Alla vista del suo volto assonato ma sorridente, ebbi una sorta di brivido seguito da una vampata di calore partita da dietro le orecchie e arrivata giù lungo i fianchi. Aprii la finestra senza dire nulla, non v’era bisogno di nessuna parola, i nostri sguardi parlavano già abbastanza. Presi una coperta e andai fuori. Passammo tutta la notte abbracciati fino ad addormentarci uno sulla spalla dell’altro.

Qualcosa invase il mio sonno, stavo dormendo profondamente tanto da perdere la cognizione spazio temporale, quando sentii un tremendo fastidio assalire il mio mondo onirico. Aprii lentamente gli occhi. Mi trovavo ancora sul tetto, avvolto da una coperta di flanella, il cielo era scuro. Pian piano il mio cervello iniziò a connettere, il fastidio proveniva dal mio braccio sinistro. Non circolava più il sangue, era diventato freddo e formicolante, schiacciato dalla testa di Alice. Provai a sfilarlo con accuratezza ma con scarsi risultati, come vidi il suo capo muoversi di qualche millimetro, mi pietrificai dalla paura di svegliarla. Dormiva davvero beatamente e non avevo intenzione di rompere la sua armonia. Guardarla era bellissimo, palpebre chiuse come sipari di velluto alla fine di uno spettacolo a cui avrei tanto voluto assistere. Venni ipnotizzato dal suo respiro così regolare e silenzioso. Seguivo le smorfie del naso, intento a far entrare aria purificata e fresca per sostenere i suoi sogni leggeri. Speravo che sentisse i miei sguardi intensi così da riportarla a me, darle un bacio e sorriderle riprendendo poi a dormire, ma il suo sonno era troppo profondo per raggiungerlo solo con uno sguardo. Così sfruttai un suo movimento per divincolare il braccio, mi girai dalla parte opposta e ricercai il sonno perduto.

Stavolta furono i primi raggi di sole a scuotermi dalla quiete, e l’immediato pensiero fu quello di voltarmi per ammirarla ancora per qualche istante, ma la trovai in procinto di alzarsi. Ero confuso, forse si era accorta delle mie strane attenzioni e si era spaventata, iniziai a pensare al peggio ma cercai di nascondere ogni ansia e non mi uscì nemmeno una parola. Era di nuovo fredda e silenziosa come il primo giorno in cui l’ebbi conosciuta, come se con la luce avesse perso di colpo ogni sicurezza. Forse sentiva di essersi spinta troppo oltre, ingannata dal buio, che ti fa credere di essere al sicuro e ti tranquillizza con quei silenzi confortevoli. Ad ogni modo Alice se ne stava andando via e dovevo fare qualcosa al più presto. Non appena si accorse che non ero più dormiente, fece uno scatto, pronta a scaraventarsi sul tetto a fianco, fuggendo lontano senza dare spiegazioni. D’istinto mi alzai di fretta con l’intento di seguirla, presi una bella rincorsa e mi lanciai. Si muoveva con sicurezza nonostante l’altura, ma era facilmente intuibile, d’altronde passa gran parte del suo tempo sopra questi spioventi. A fermare l’inseguimento fu l’impossibilità di saltare al tetto successivo, a causa della troppa distanza tra un edificio e l’altro.

– Perché sei scappata in questo modo? –
Lo sguardo di Alice era imbarazzato. Non rispose.
– Ho fatto qualcosa di sbagliato? – continuai.
– Non è per te, è che mi sono sentita nuda, non mi ero mai spinta così oltre in un rapporto. Tutta quella vicinanza, quel contatto fisico, quel calore … – si fermò per un attimo, arrossì, poi riprese.
– So che è difficile da capire. Talvolta posso risultare strana, fredda, enigmatica. Spesso vengo mitizzata grazie a questo alone di mistero che mi avvolge, ma la verità è che ho bisogno dei miei spazi per questo risulto così sfuggente. Amo conoscere persone nuove, raccontare e ascoltare, purché esse mantengano una certa distanza e non vadano troppo a sconvolgere il mio presente. – – Se sono risultato così invasivo è solo perché in te ho visto la mia parte più coraggiosa che fatica a spiccare, sono stato egoista e ora lo riconosco. Ti chiedo scusa. –
Al contrario di quello appena detto, Alice ruppe la distanza e mi afferrò strette le mani.
– Vedi, è per questo che ti reputo diverso, sei un ottimo ascoltatore. Lavora su te stesso: liberati da alcuni freni, acquisisci più autostima e corri più rischi. Non pensare a me, io sarò da qualche parte impegnata a vivermi il presente senza pensare mai al futuro. Ora finalmente non ho paura di dirlo, addio. – senza esitare un secondo si voltò e si gettò nel vuoto.

Rimasi stranamente impassibile a questo folle gesto, non mi avvicinai nemmeno al bordo per cercarla, le sue parole mi avevano scosso ed ero pronto a cambiare davvero.

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