Dark

Light

Dark

Light

preloader
Dove ci trovi
Torre Civica, Piazza Matteotti Guastalla (RE)
Made in Lowland
Radici
Partecipa
radiciposterzine@gmail.com

L’alveare

P

aolo poteva sentire della musica arrivare dalla finestra aperta del terzo piano. Era del pop scadente, ma che piaceva tanto alla figlia minore degli inquilini dell’appartamento 3/A.

Quanti anni poteva avere adesso? Sedici? Paolo sapeva che tra poco sarebbe stato il suo compleanno perché l’anno precedente aveva osservato gli amici di lei, capitanati da quello che doveva essere il suo ragazzo, cantarle una serenata volgare dalla strada. Si era vergognato per lei, che era uscita in bigodini in balcone. Si ricordava in maniera stranamente precisa del suo sorriso tirato. Difatti non aveva più visto il ragazzo in questione.Paolo si stiracchiò e, cambiando leggermente posizione, riprese ad osservare la strada. Dal suo appartamento del quinto piano aveva una visione precisa dell’entrata del loro stabile e poteva osservare il viavai di inquilini e invitati con accurata precisione.
Quel giorno la signora Marisa era andata a fare la spesa tre volte. Si stupiva di come i carabinieri del paesino non si accorgessero di quanto banali fossero le scuse che la signora usava per avventurarsi nel mondo esterno. Ma questo forse era il vantaggio di vivere in un piccolo paese. Tutti ti conoscevano e potevano scusarti facilmente.

Eppure Paolo aveva l’impressione che i carabinieri non sarebbero stati così indulgenti con lui, complice forse il suo aspetto emaciato, i suoi vestiti di almeno due taglie più grandi e la sigaretta mangiucchiata e floscia che pendeva continuamente dalle labbra esangui.

Paolo non fumava, aveva smesso due anni prima, vincendo una scommessa fatta con la sua ex ragazza, che aveva scommesso cinquanta euro che non ce l’avrebbe fatta. Chissà dove si trovava lei in questo momento. Forse era ancora bloccata in Inghilterra, visto i voli perennemente cancellati. Eppure, Paolo non riusciva a smettere di tenere una sigaretta spenta tra le labbra. Arrivava persino a sostituirla con una nuova, quando il filtro della precedente diventava troppo umido e molliccio a causa della saliva.

Da quando Giada l’aveva lasciato era dimagrito di almeno otto chili, ma non perché il mal d’amore gli impedisse di mangiare, quanto perché non aveva mai imparato a cucinare. Spesso saltava i pasti, limitandosi a mangiucchiare cibi a caso durante il giorno. Non era raro trovare abbandonata accanto al lavello della cucina una fetta di

pane spezzata a forma di mezzaluna dentellata. O meglio, non era raro che Paolo trovasse i suoi stessi avanzi di cibo abbandonati accanto al proprio lavello. Quasi mai nessuno dei suoi amici veniva a trovarlo e, ultimamente, nessuno poteva uscire di casa. Distrattamente, Paolo si tolse la sigaretta dalle labbra, mimando una boccata di fumo, e si accarezzò lo stomaco incavato facendosi scorrere le dita dell’altra mano sulle costole, come fossero tasti di pianoforte. Sperava che Anna, l’inquilina che divideva il primo piano con la Marisa, l’avesse notato alla finestra rientrando dal portoncino. Sperava di essersi dato un tono, di esserle apparso come uno scrittore tormentato, ma interessante, un dolce mistero ingarbugliato da scoprire.

dalla finestra

Aprì la finestra per far circolare un po’ l’aria. Ormai erano anni che non scriveva, aveva dimenticato quasi come si faceva. C’era qualcosa di consolatorio e sicuro nel suo lavoro da segretario. Ogni giorno usciva da casa in abito gessato, la cravatta perfettamente stirata e i capelli pettinati accuratamente. Ogni giorno indossava il suo corpo da mondo esterno e si impegnava a recitare la sua parte al meglio. Gli piaceva. Paolo il segretario portava sempre a casa lo stipendio e la spesa. Paolo il segretario era una persona completa, sicura, solida. Era il completo contrario di Paolo l’inquilino del quinto piano, che a volte non si lavava per giorni, che si ostinava a indossare vecchi abiti ormai troppo grandi, che si dimenticava di pagare le bollette e di mangiare e che non sapeva se avrebbe mai sfondato nel suo sogno di diventare scrittore.

Forse, la differenza tra queste due personalità aveva spaventato Giada, che si era dimostrata stranamente sconvolta nel conoscere il suo vero io.
Paolo si riscosse da questi pensieri con una scrollata di spalle. Forse, semplicemente, i tempi non erano strati maturi. I suoi genitori lo accettavano pur per quello che era, a condizione che Paolo il segretario mantenesse un ruolo costante nella sua vita. E Paolo l’inquilino doveva ammettere che la presenza del suo altro sé era consolatoria e rassicurante. Qualcuno, che non fosse sua madre, pensava a lui costantemente. Comunque, erano ormai cinque mesi, da quando la bella Anna si era trasferita al primo piano, che Paolo l’inquilino aveva provato a conquistarla. Paolo il segretario gli aveva persino suggerito di portarle una torta di benvenuto, cosa che aveva fatto, ma che era stata accolta da un sorriso affilato come i tacchi a spillo di lei.

“Che bizzarria!” aveva esclamato lei buttandosi alle spalle la lunga chioma rossa e cercando di trattenere col piede il barboncino all’interno del proprio appartamento. “Ma ti ringrazio”. Aveva accettato la torta, leggermente crepata, solo per sbattergli poi la porta in faccia. Paolo aveva avvertito i suoi vestiti troppo ampi svolazzare nel turbinio d’aria che lei aveva creato. Con una scrollata di spalle aveva risalito le scale fino al suo pianerottolo (l’ascensore era rotto da anni).

Al terzo piano aveva preso il vaso di fiori che l’appartamento 3/A aveva messo sull’uscio come decorazione e, per divertimento, l’aveva posizionato davanti all’uscio del 4/B. Quella stessa sera, le urla tra la signora del 3/A e l’avvocato del 4/B, personaggio anziano ed alquanto ostico da quando la moglie era scappata con il socio dello studio legale, erano state sublimi. Paolo non si era mai divertito tanto.

Oh no, era una bugia. Si era divertito tantissimo quando la Marisa aveva chiamato i carabinieri per degli schiamazzi, accusando le studentesse che abitavano al 5/B, accanto a lui. Tralasciando il fatto che non si spiegava come i carabinieri avessero potuto credere alla Marisa, visti i quattro piani di differenza tra lei e le studentesse, aveva potuto osservare tutta la scena dallo spioncino.

Sul volto della studentessa numero uno, la Giulia, una biondina bassa e vivace, si era dipinta un’espressione alquanto spaventata alla vista degli agenti in divisa. Anche perché aveva aperto in accappatoio, con i capelli ancora umidi.
“Abbiamo ricevuto una segnalazione per degli schiamazzi.” Avevano dichiarato gli agenti.

A quel punto la studentessa numero due, di cui Paolo non conosceva il nome, era emersa dalla propria stanza, in pigiama, un evidenziatore infilato tra i capelli, a fermare l’acconciatura approssimata. “È stata quella stronza della Marisa vero? Ce l’ha con noi da quando ci siamo trasferite, ma chi fa casino è la famiglia del 2/B, che sta sopra di lei. Quelli hanno problemi in casa perché il figlio ha appena fatto coming out, e il compagno della madre non lo accetta, lo sa tutto il condominio. Litigano ogni sera.”

“È vero” era intervenuta la Giulia “E poi, vi pare che stiamo facendo casino?”
L’agente a destra di era schiarito la voce, in imbarazzo, mentre quello a sinistra aveva strofinato nervosamente la scarpa destra sulla sinistra.
Il giorno dopo alla Marisa era stata consegnata un’ordinazione di trentasette pizze margherite, che era stata costretta a pagare.
Eppure Paolo era affascinato da un altro mistero che pervadeva il condominio. Almeno secondo lui.
L’avvocato dell’appartamento 4/B era il imparentato con la famiglia del 4/A essendo il padre della signora Scanti, suocero del signor Scanti, e nonno dei figli della coppia. La nonna era appunto già volata verso altri lidi. Ma quello che tormentava Paolo era la quantità di figli presenti. Poteva giurare a se stesso che i giovani rampolli Scanti fossero tre: un ragazzino di circa dieci anni, e due gemelli tossici di almeno sedici. Era sicuro fossero due perché Paolo il segretario li aveva visti andare a scuola insieme, ed era sicuro fossero tossici perché Paolo l’inquilino comprava l’erba da loro. Era anche sicuro che la figlia dei signori del 3/A comprasse da loro.

E tuttavia un giorno, circa un anno fa, Paolo il segretario aveva aperto la porta a una biondina di circa dodici anni che aveva dichiarato di aver scordato le chiavi.
Avevano fatto le scale insieme e la ragazza aveva investito Paolo con un getto idrante di parole, dichiarando altresì di vivere al 4/A, con suo fratello. Paolo non aveva potuto indagare oltre, in quanto in quel momento, la signora Scanti aveva aperto la porta e la ragazza le si era gettata tra le braccia salutandola con un “ciao, mamma”.

Paolo combatteva da un anno contro l’impulso di fermare uno dei due gemelli per strada per indagare sulla questione. Aveva persino pensato di presentarsi sull’uscio dell’appartamento chiedendo del sale. L’orgoglio e la riservatezza di Paolo il segretario lo tenevano a freno.

Riservatezza che al 2/A e al 3/B conoscevano benissimo. Paolo non era ancora sicuro di chi e in quanti abitassero in quegli appartamenti. Giada aveva pensato che al 2/A fossero dediti al buddismo, perché una volta vi aveva udito provenire il ronzio della musica meditativa. Paolo pensava che forse era solo gente molto noiosa, perché non si faceva mai vedere. Ma sapeva che al 3/B avevano un cane, perché lo aveva udito contendersi il territorio con il barboncino di Anna.

Paolo si alzò con un schiocco secco del ginocchio sinistro, il ginocchio che lui chiamava fortunato perché poteva prevedere il tempo atmosferico in base ai dolori che vi avvertiva, e, dopo essersi stiracchiato lungamente si allontanò verso il bagno.

Lo persi di vista. Allontanai il binocolo dal volto prendendo un sorso del caffè che si stava ormai raffreddando. Dalla mia finestra dall’altra parte della strada, non potevo che osservare un frammento della casa di Paolo.
Chissà poi se si chiamava proprio Paolo. Eppure in quel periodo avevamo qualcosa in comune, entrambi ad osservare la vita dalla finestra. Era un modo divertente di passare la quarantena. E il modo in cui io, dalla sedia a rotelle, osservavo da anni la vita di quello che non appariva che come un grande alveare.

Everyone likes cookies!