Dark

Light

Dark

Light

preloader
Dove ci trovi
Torre Civica, Piazza Matteotti Guastalla (RE)
Made in Lowland
Radici
Partecipa
radiciposterzine@gmail.com

Essere italiani all’estero

L

a prima volta che un altro paese mi ha accolto, avevo 12 anni e ho vissuto per una settimana in una minuscola cittadina della Provenza. Grazie all’expertise della mia corrispondente franco-algerina, ho imparato a preparare un ottimo cous cous, nonché il significato esatto della parola pompino. Da quel momento, circa una volta all’anno, sono uscita dall’Italia per ragioni diverse: viaggiare, studiare, lavorare o semplicemente scappare. Ho conosciuto persone d’ogni tipo, gesticolato interi discorsi per colmare le mie lacune in serbo-croato e per un mese, in Irlanda, ho dormito avvolta in un asciugamano per evitare il contatto con la sacra sindone di un ospite precedente impressa sulle lenzuola. Tuttavia, ho avuto modo di affezionarmi, ma non il tempo di abituarmi a nessuno dei luoghi che ho visitato. In ognuno di questi sono rimasta per un periodo abbastanza limitato da evitare di scontrarmi con la routine che risparmia i turisti, fatta di affitti da pagare e bagni condivisi da pulire.

Da due mesi ormai abito a Vienna, una città di persone diffidenti, palazzi eleganti e cieli sempre dello stesso colore. E sto ancora cercando di capire se questa prima esperienza completa da italiana all’estero mi piaccia fino in fondo. Sicuramente vivere lontano da casa ha i suoi lati positivi, che mi consentono di spostare sempre un po’ più in là i confini dell’arte di arrangiarsi. Il mio lavoro da stagista non pagata mi arricchisce professionalmente, ma non mi consente di vivere sopra la soglia di povertà; se non altro, come forma di protesta, ho deciso di auto-retribuirmi rubando cibo dal catering e gadget dell’Unione Europea. Inoltre, nonostante ogni giorno che passa io stia imparando tante cose interessanti sulla cultura austroungarica, pensate a quanto stanno imparando da me i coinquilini crucchi, che fino all’altro ieri non sapevano cosa fosse il soffritto.

L’unica nota veramente spiacevole è che, per la prima volta, ho sperimentato il razzismo sulla mia pelle. La discriminazione, nel mio caso, si manifesta sotto forma di una malcelata insofferenza per il fatto che, della lingua che parlano qui, so distinguere a malapena i numeri fino al dieci. E non mi riferisco tanto al vecchietto pangermanista del bar sotto casa, che mi fa ripetere almeno tre volte la parola “Gösser” (ovvero fintanto che non la pronuncio decentemente), prima di darmi la lattina di birra. Magari lui non è stronzo, magari è solo sordo. Mi riferisco specialmente ai giovani studenti tedeschi, che a Vienna sono più numerosi degli Austriaci.

Premettendo che i tedeschi sono famosi nel mondo per due specificità non esattamente lodevoli, cioè i sandali coi calzini e l’aver ridefinito il concetto di crimine contro l’umanità, spesso stare fra di loro mi fa sentire incredibilmente sola. A parte le teutoniche eccezioni che ringrazio di cuore, non è piacevole trasferirsi in una città di due milioni di abitanti senza conoscere nessuno ed è essere completamente ignorata. Quasi sempre mi capita di essere invitata a feste in cui finisco per fissare il fondo del bicchiere, mentre gli altri discorrono allegramente di chissà cosa. Tuttavia, dei tedeschi ho imparato da apprezzare l’ordine, la puntualità, la presenza costante di birra in frigo e il fatto che siano riusciti ad erodere gradualmente la mia Italian fussiness (sì, ho mangiato una pizza col mais sopra e sì, me ne vergogno profondamente).

Ma l’insegnamento più grande che mi porterò a casa dopo questa esperienza è che, nonostante avessi bisogno di trasferirmi all’estero per un po’, nonostante l’Austria sia il paradiso degli ossessivo-compulsivi come me perché tutto funziona perfettamente e nonostante il mio inglese stia facendo notevoli passi avanti, ho capito che sono troppo italiana e troppo emiliana specialmente per trascorrere tutta la vita in un paese in cui l’espresso è lungo come uno Spritz e in cui nessuno apprezza la mia ironia (quando, con la bocca piena di cibo, ho chiesto alla mia coinquilina se volesse vedere l’incidente in galleria, oltre a non aver capito, mi ha chiesto: “Che tipo di incidente? Un incidente fra macchine?”). E, quando mi chiedono qual è la prima cosa che farò una volta tornata a casa, non ho alcun dubbio: il più bel bidet della mia vita.

Everyone likes cookies!