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Fradicio di Gioia: Guastalla, fiume, mare

S

ono passati mesi e ora è difficile iniziare. Le emozioni sono ancora fortissime ma i bordi cominciano a sfumarsi e i ricordi si amalgamano nella mente in quell’inspiegabile e strano casella- rio che non segue nessuna delle nostre logiche di catalogazione.

Ho organizzato quello che potevo già da settima- ne. La canoa, la stiva, i viveri, le idee. La sera prima ci siamo trovati sui gradini del lido Po e nel silenzio della notte senza luna, abbiamo deciso che comunque sarebbe andata l’avremmo presa come veniva, «Se domani mattina c’è il sole, si parte!». Quattro ragazzi, divisi dalle ristrette compagnie di un piccolo paese, uniti da un sogno comune. L’avventura, la conquista dell’ignoto, la fatica, il mare.

Le mani sono la parte del mio corpo sulla quale spesso mi sono soffermato a ragionare mentre attentamente ne scrutavo la forma e la trama della pelle. Esercitano da sempre un fascino su di me: dalla gestualità alla complicata e completa ingegnosità. Guardo la mia mano sinistra, vedo i nervi sotto pelle che si tendono e poi rilassano nel movimento ciclico del pagaiare. Guardo i muscoli che si gonfiano; prima afferra saldamente e poi rilascia sapientemente per dare direzione alla spinta opposta. Una sapienza che non controllo io, una sapienza innata del corpo.

Vorrei parlare solo del corpo come Pennac. Voglio descrivere questo viaggio solo per gli aspetti corporali.
Il mio cane non conosce il mio nome, conosce solo il mio odore. Mi chiedo se avrò un odore diverso dopo il viaggio o se le cellule della mia

pelle sprigioneranno altri sapori? Bronte mi ricono- scerà lo stesso?

Stasera abbiamo cenato e passato molto tempo a tavola con Romolo un signore di 89 anni, mezzo sordo perché con un solo orecchio buono e sull’altro, il sinistro, un apparecchio acustico. Scarico!

Negli anni ‘60 se ho capito bene, ha brevettato la membrana catramata e questo l’ha portato a viaggia- re per il mondo. È un signore colto ma con l’aspetto umile della gente del fiume; le mani muscolose con la pelle dura di chi lavora. Infatti ha un “Gozzo”, una barchetta in legno con la coperta, che, a detta sua, è “la più bella del mondo”. Ci ha parlato del fiume e dei suoi viaggi e dei cambiamenti e della triste ma saggia consapevolezza che invecchiando si diventa più soli. «Ho 90 anni, e amici coetanei non ne ho più, li ho visti morire tutti». Ha gli occhi grigi avvolti dalla pelle rilassata priva di tonicità. I capelli non del tutto schiariti. Se anche vestito in scarpe da ginnastica e felpa sgualcita conserva un’eleganza intrinseca nella gestualità delle mani e nelle espressioni, così come nel tono di voce. Di chi non parla mai a sproposito. Quando siamo arrivati al molo stava ‘scartavetrando’ la coperta del Gozzo e mi ha subito invitato a bordo per chiedermi da dove venivano e darmi consigli. 5 minuti dopo mi salutava offrendomi una bottiglia di vino «Questa è per le occasioni speciali.». A settem- bre finirà i lavori e salperà per chissà dove.

Michi, il proprietario della canottieri di Ferrara, ha gli occhi azzurri strabici e ci ho messo un paio di minuti a capire quale guardare. Perché gli strabici hanno sempre un occhio principale. Almeno, lo penso io. Quello destro è quello buono. Spettro dello scarto, di quello che ci si può immaginare di uno che ha pratica- to per davvero la filosofia “sesso, droga e rock’n’roll”. Un passato tra allucinogeni e malavita. Questo ci raccontano i suoi amici mentre siamo in macchina in direzione del suo secondo ristorante in centro a Ferrara. I capelli già pallidi e il fisico deperito di chi non si è curato per anni. È una persona strana che un attimo prima è matto e scalmanato e quello dopo timido e riservato. Mi chiedo quali demoni lo tormen- tino ma non voglio saperlo veramente.

I suoi amici continuano e ci raccontano che ha giocato a calcio quasi da professionista, poi due infarti, e ora ha un pace-maker sottocutaneo. La sua accoglienza nei nostri conronti è sorprendente e noi l’abbiamo gradita, ne avevamo bisogno.

Sono notti che da disteso, aspettando il sonno, mi sento galleggiare; il mio corpo è sintonizzato col fiume e ne imita i movimenti.

Sandokan e Cinzia, due signori sui 50 che hanno mollato tutto e si sono messi a vivere su una casa galleggiante che è anche ristorante e centro ricreati- vo. Lui sembra quasi marocchino: ha la pelle bruna e i capelli neri. Gli piace il Sudamerica, si vede da come ha addobbato la barca. Ha la sfortuna di avere la faccia da delinquente. Sicuro, se lo incrociassi per strada, metterei la mano in tasca per proteggere il portafoglio. È un uomo gentile e timido, prende la vita così come viene; appunto come “Sandokan” il nome che gli è stato affibbiato quando ha comprato quella chiatta che «Si chiamava già così, che già porta sfiga dargli un nome maschile, poi cambiargli il nome vuol dire vederla affondare».

Ci ha accolto per un caffè e un amaro, si è parlato di musica e di viaggi. Prima di andare noto una foto sul muro, ci sono degli individui avvolti in teli neri in mezzo a piante verdi con cappelli di paglia a tesa larga e la cupola allungata come un prolungamento della testa che tende al cielo. Sullo sfondo edifici di terra rossa. «Che posto è?» «Lo Yemen».

Il fiume parla a chi vuole ascoltarlo, a noi indica la via, ci dirige dove la corrente è più forte permettendoci di risparmiare le forze. Le braccia, si pensa, siano il vero motore dei canoisti ma, al contrario, le gambe e il busto sono altrettanto fondamentali, e danno anche più problemi. Arrivati dove il Panaro si immerge nel Po alzo un poco la gamba destra tentando di sgranchirla e cercando di alleviare il formicolio che puntualmente dopo due ore di discesa non tarda ad arrivare. Cerco una nuova posizione per far riprende- re forma ai glutei. Ciò che è più impressionante è la nostra prospettiva, siamo letteralmente al centro di una regione tra le più industrializzate, eppure questa

porzione di natura mantiene selvaggiamente il suo dominio. E qui, al centro del fiume, si vede benissimo. Nicola si avvicina lentamente a una massa di tronchi. Le urla mi fanno pensare subito a cosa deve aver visto. Il corpo gonfio, morto, di una donna, riportato a galla dalla piena. Alessandro e Gabriel si avvicinano e confermano la terribile scoperta. Io non me la sento, ho visto già persone defunte ma mai in modo tanto brutale. E penso che di fatto avvicinarmi non serva. Gli occhi di Nicola quando mi raggiunge sono due gocce di pece, increduli, avvolti da un espressione contrastante fra sconforto, panico e apatia per shock; un attimo di tilt.

Il mio corpo alla sola percezione di quel cadavere lì accanto inizia a rivoltarsi, scaricando tensione in fremiti aritmici, incontrollabili e facendomi sentire una sottile nausea.

Vorrei consolare Nicola ma non trovo parole e l’unica frase che mi viene è «La natura da, la natura toglie». Orribile cosa da dirsi. Mi limito a «Ci sono, se hai bisogno, ci sono».

Abbiamo continuato a pagaiare per 10 minuti lentamente, fianco a fianco senza parlare se non con piccole frasi.
Se c’è una cosa, un pensiero, una consapevolezza di cui mi sono accorto in questo viaggio, è che quando sento le forze mancare e credo di non potercela fare, scovo energie che non sapevo neanche di avere per aiutare chi è più in difficoltà di me.

Alla fine ho raggiunto il Mare, attraversato tre regioni, sfidato il fiume e percorso quei 200 chilometri, con le mie e le forze dei miei compagni.

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