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Cena con derelitto

F

agioli in scatola, pane di una settimana e un fiasco di acquavite: questa era la cena di Cecè. Il barattolo e il pane facevano parte delle provviste della settimana scorsa, le bottiglie non abbiamo mai capito come se le procurasse.
Io e il Cau non gli portavamo mai alcolici, sarebbe stato come sparare sulla croce rossa. Portavamo pasta, formaggio e vasetti vari che riuscivamo a portar via dalla cantina.
Erano tre settimane, da quando era tornato da sopra, che portavamo da mangiare a Cecè. Se non l’avessimo fatto noi e anche altri della valle, lui si sarebbe lasciato morire di stenti. Dormiva nel capanno del fieno dei Gusberti all’inizio del sentiero che porta alla ferrata, era il posto migliore dove stare per lui anche se con un fulmine di quelli giusti, lì avrebbe preso fuoco tutto.
Quella sera sembrava anche felice, aveva appena finito di intagliare un ramo che sarebbe diventato un bastone da passeggio.
“…oh Cecè, vai a fare il trekking? Come i turisti?” Gli chiedemmo. Ma era nel suo mondo. Come i barboni, aveva gli occhi lucidi, occhi che sembravano piangere sempre, anche quando era di buon umore.
Era scappato o lo avevano cacciato dalla sua città del sud e aveva iniziato a bere. Immagino che abbia vagabondato parecchio, poi è venuto a stabilirsi nel posto giusto per un alcolizzato. In questa valle dove non c’è niente, e l’evento dell’anno è la sagra d’agosto, con le solite due orchestrine di liscio. Grappe, distillati, vino e birra non mancano.
Al bar pensavamo che avesse avuto problemi con le donne, visto che durante le feste chiedeva di ballare a tutte le ragazze presenti con i suoi modi poco galanti. Una volta aveva anche iniziato ad insultare la cantante di un complesso proprio durante il concerto. Siamo dovuti intervenire noi della pro-loco per allontanarlo.
In generale sembrava non averle molto in simpatia e questo era alla base delle preoccupazioni di molti, in paese; soprattutto di quelli che lo volevano mandare via, come era già successo in altri posti. Di sopra, dove sono già tedeschi, dopo una settimana l’avevano picchiato e cacciato.
All’improvviso, mentre cercavamo di sistemare la roba da mangiare in mezzo a quel casino di capanno in cui viveva, Cecè si rivolse a noi:
“Trentacinque anni… Ho trentacinque anni!”

Io e il mio amico eravamo a dir poco sbalorditi. Prima di tutto era la prima volta che ci rivolgeva chiaramente la parola e in secondo luogo non potevamo credere che quella larva umana avesse solo qualche anno in più di noi. Chiunque gliene avrebbe dati per lo meno venti in più.
Ci continuava a guardare come se attendesse una risposta da noi due. Solo il Cau ebbe una reazione. Dopo qualche minuto di silenzio iniziò a cucinare. Probabilmente perché ci era abituato, era aiuto cuoco. O forse perché aveva già intuito che quella sera avremmo conosciuto un po’ meglio il derelitto del paese.
Cecè iniziò a mordicchiare un po’ di pane e formaggio. Nonostante lo stomaco vuoto da settimane, aveva un certo contegno nel mangiare, anzi era l’unico momento in cui non assomigliava ad una bestia. Tra un boccone e l’altro iniziò a raccontarci qualcosa della sua vita:
“Da giovane ero un gran lavoratore, lo so che adesso, guardandomi, è difficile a credersi ma vi assicuro che mi davo da fare. Lavoravo nei campi, aiutavo mio padre nei cantieri e mia madre in casa. La mia passione, fin da piccolo, è stata la meccanica. Già a tredici, quattordici anni smontavo e montavo i motorini dei miei amici e mettevo le mani su qualche motore di macchina. Mi veniva facile, mi sembrava ancora di giocare.

Così diventai amico del nostro meccanico che presto mi assunse come apprendista. Lavoravo il doppio del mio padrone ma non mi lamentavo; mi piaceva proprio scoprire tutti i nuovi modelli di motore, aprire i cofani e vedere com’erano sotto quelle auto. Mi piaceva anche ungermi le mani d’olio.

A diciotto anni iniziai a pensare di mettermi in proprio, ma venni richiamato. Mi mandarono a fare il militare a Napoli. Avete fatto la naia voi ragazzi?”
Il Cau era stato scartato per insufficienza toracica e io avevo fatto l’obiettore.
“Eh… quell’anno a Napoli cambiò la mia vita.”

Il Cau: “Hai avuto dei problemi coi nonni?”
“No, non particolarmente. I primi mesi subii anch’io, come tutti, ma i problemi arrivarono dopo. I problemi arrivarono con le donne.
Quando avevamo la libera uscita, con i commilitoni andavamo sempre al night club. Prima di andare in città, con le donne non avevo avuto esperienza alcuna. Potete capire, per me divenne subito come una droga. Volevo andarci tutte le sere.
Si era formata anche una bella compagnia e con noi veniva anche un ufficiale, Mancuso. Me lo ricordo ancora era a Napoli già da un po’ e conosceva tutti i posti in cui far baldoria fino a tardi. Aveva una forza! Alla mattina era serio e determinato, ci faceva marciare e far palestra, si comportava da superiore e non si poteva scherzare con lui. Alla sera, e nei fine settimana, si trasformava, tornava ragazzo. Ci faceva divertire, sembrava uno di noi anche se era più vecchio e aveva famiglia. Andavamo a donne, bevevamo e fumavamo insieme.
I locali notturni erano gestiti dalla malavita. I protettori delle ragazze erano camorristi, gli spacciatori erano camorristi, a volte pure i baristi erano camorristi. Mancuso non sopportava questa gente. Era un vero militare, un ufficiale dell’esercito e, anche se di notte si lasciava andare, gli ordini voleva darli lui e non subirli. In confidenza ci aveva detto che per lui quelli erano solo criminali, offendevano l’Italia. Mi aveva fatto discorsi sulla giustizia e la morale, aveva studiato giurisprudenza. Discorsi che non ti aspetteresti da uno che poi frequenta quei ritrovi e quella gente, ma lui era così e aveva un certo fascino ai nostri occhi. Il suo carisma ci aveva conquistati, era un po’ il nostro idolo, sia di giorno che di notte, e non badavamo a queste contraddizioni.
Inizialmente venivamo accolti bene in questi locali, i camerieri e soprattutto le ragazze erano molto gentili con noi, ma dopo un po’ qualcosa iniziò ad andare storto.
Una sera ci fu una discussione banale, con un cassiere, per dei conti che non tornavano. Intervenne subito il gestore che mise a posto le cose e ci diede ragione, chiaramente per non creare problemi al locale.
Poco tempo dopo ci fu una scazzottata, in un altro bar, tra noi e una banda di ragazzetti ubriachi, con tanto di lancio di tavolini in strada.
La goccia che fece traboccare il vaso fu causa mia: nel locale che frequentavamo più spesso, l’Angelo Azzurro, c’era una ragazza che faceva girare la testa a tutti. Era una dea, bellissima, ma era l’unica che non si poteva avere nemmeno con tutto l’oro del mondo perché era l’amante di Peppino O’Muro, aspirante boss che stava diventando sempre più potente da quelle parti.
Sui fumetti di Lupo Alberto una volta c’era scritto: – l’amore è cieco ma la sfiga ci vede benissimo! – Ecco, a me andò proprio così. Di nascosto conobbi meglio Angela, questo era il nome della femmina pericolosa. Iniziammo a frequentarci. Inizialmente fu lei a sedurmi e non riuscii a resisterle”.
Cecè venne interrotto dal Cau:
“Oh Cecè, non è che ce la stai raccontando grossa, sembra un film!” A questo leggero scherno del mio amico l’uomo reagì male e sbottò:

“…e che ne puoi sapere tu di quello che ho passato! Non sai i guai che seguirono. State bene voi quassù dove non succede mai niente. Dove vi conoscete tutti. Non avete problemi… Ma che vita fate?”
Si fece cupo e sembrò sul punto di abbandonare il suo racconto, poi, incoraggiato da me, riprese:

“I picciotti di Peppino che spiavano Angela si accorsero del nostro rapporto, se così si poteva chiamare.
Una sera quel delinquente si mise a litigare davanti a tutti con Angela, tirò in ballo anche me e la schiaffeggiò. Io e la mia compagnia reagimmo e scoppiò la rissa più violenta che abbia mai visto. Due buttafuori mi tenevano fermo mentre Peppino mi colpiva nello stomaco, quando, a un certo punto, Mancuso ruppe un tavolino in vetro sulla schiena di quel farabutto. Scappammo subito da quel posto malfamato. Nei giorni che seguirono ci chiudemmo in caserma. Non usai, per un po’, nemmeno i permessi, per la paura di incontrare qualche affiliato. Ma quelli non rimasero con le mani in tasca.

Una ragazza dell’Angelo Azzurro denunciò per molestie Mancuso. Alcune sue amiche, tutte del clan del locale notturno, testimoniarono a suo favore. Il nostro tenente venne subito trasferito e, alla fine del processo, condannato. Perse così il lavoro e la famiglia.
Sapevo che O’Muro aveva amici anche al mio paese, perciò appena finii la naia scappai a Roma e di Angela non seppi più niente.”

Seguì una lunga pausa. Questa volta il Cau non fiatò, ma capivo dalle sue espressioni che non credeva molto al racconto di Cecè. Era molto diffidente per natura. Io invece non mi ponevo il problema, semplicemente mi piaceva ascoltare quella voce.
“…e a Roma? Cosa ti è capitato?”

“Roma…Roma… lì inizia un altro calvario. Avevo vent’anni, avevo adempiuto gli obblighi di leva ma ero in fuga. Per mia fortuna gli uomini di quel clan non avevano agganci nella capitale. Ma io mica potevo saperlo, per i primi due anni non dormii sonni tranquilli.
Arrivato in città, a dir il vero in periferia, la prima cosa che feci fu di cercare un impiego in qualche officina, il meccanico era l’unico lavoro che sapevo fare. Visitai meccanici ed elettrauti ma nessuno voleva assumermi. Vuoi per diffidenza, vuoi per mancanza di lavoro. Dormivo da un parente che aveva moglie e figli da mantenere, non potevo stare da lui a lungo, mi occorreva subito uno stipendio per riuscire a pagarmi un affitto.

Salvo, un cugino alla lontana, lavorava in un macello e quando vidi che trovare lavoro come meccanico era impossibile mi rivolsi a lui. La sua ditta era già al completo ma mi disse che alla Sagem c’era sempre posto. Era un lavoro ben pagato, ma pochi resistevano per più di due anni.”

“Cosa facevano in questa Sagem?” Chiese il Cau mentre sparecchiava la tavola.
“E’ un macello industriale, un’azienda di lavorazione carni. Si trattava di uccidere maiali in batteria. Si arrivava ad ucciderne anche un centinaio in un’ora. Ci lavorai per cinque anni.” “Ti assunsero subito?” Chiesi io.
“Sì, avevano sempre bisogno perché è un brutto mestiere. Quando il maiale non moriva subito al primo colpo di scarica elettrica, veniva macellato ancora vivo e si metteva a urlare. Quelle bestie facevano dei versi che non ti puoi dimenticare. Ogni tanto mi mettevano nel reparto lavorazione e lì era un po’ meglio, ma era comunque un lavoro a catena. In cinque anni ho imparato a fare solo due tagli. Poi non vi dico l’odore, non ti ci abitui mai.
Se non altro la paga era abbastanza alta, sicuramente più alta che in fabbrica. Perciò, dopo qualche tempo, mi trovai un appartamentino in affitto in una zona un po’ squallida, ma comoda per raggiungere il posto di lavoro. Non era certo un bel periodo, ero costretto a fare un lavoro che non mi piaceva, dovevo badare a me stesso e non riuscivo nemmeno a divertirmi. Non avevo amicizie in città, a parte Salvo che non usciva mai. Dopo la brutta esperienza di Napoli ero diventato più chiuso e sospettoso, facevo fatica a trovare un gruppo di ragazzi della mia età e non volevo raccontare la mia storia a sconosciuti. Alla sera provai ad andare in qualche discoteca o locale, ma quelli sono posti per compagnie, se ci vai da solo che fai? Attaccare gancio alle ragazze o farsi degli amici è difficile.

Presi a frequentare sempre lo stesso bar sotto casa, come fanno i vecchi. Il classico baretto di periferia dove non puoi fare altro che giocare con le macchinette e bere Campari con vino bianco. Infatti venne anche a me la febbre del gioco, una volta arrivai a perdere mezzo stipendio.”

“…e prendevi anche parecchi Campari?”
“Certo, ah! Anche l’alcol è brutto, è quello che mi ha ridotto così. Passavo lì domeniche intere: con una mano mettevo dentro la moneta e con l’altra tenevo il bicchiere. Erano le uniche due cose che mi facevano passare il tempo.”
“Ci sono anche qui, quelli che passano il tempo in quella maniera.”
Cecè, dopo aver finito l’ultimo sorso di vino, riprese:
“E’ stato uno dei periodi più grigi della mia vita, fino a che, un bel giorno, cambiò il gestore del bar.
Il nuovo barista era Alfred, o almeno così si faceva chiamare. Eh, questo qui era un personaggio… Sempre col sorriso stampato sulla faccia, battuta pronta, insonne e libertino. La prima cosa che fece fu palparmi il di dietro e non so come feci a trattenermi dal spaccargli la faccia.”
Cecè venne interrotto bruscamente dal Cau: ”Era gay?”
“Quello ci provava con tutti, maschi e femmine. Teneva un appetito sessuale irrefrenabile. Mentre era al lavoro riusciva anche a trattenersi, ma appena fuori… uh! A suo modo era una forza della natura, non lo scoraggiava niente e nessuno. E che conquiste, gente anche altolocata, padri e madri di famiglia.
Io lo rifiutai sempre da quel punto di vista, ma mi affezionai. Uscivamo sempre insieme dopo la chiusura del bar, tardissimo. Lui fu il primo a farmi divertire in quella città. Non solo, fu grazie a lui che conobbi Edith, una brava ragazza che aveva assunto come cameriera.
Edith è stata l’unica donna che mi sarei sposato. A poco a poco mi fece dimenticare completamente Angela, anche perché lei era l’esatto opposto. Aveva una vita tranquilla, studiava di giorno e lavorava la sera, viveva coi suoi e non conosceva molta gente. Aveva un carattere riservato, ma, all’occorrenza, sapeva essere dolce ed era lei. secondo me, che riusciva a mandare avanti discretamente il bar. Alfred era estroso e appariscente, ma non sempre ci sapeva fare coi clienti mentre lei, pur essendo giovane, sapeva accontentare tutti, senza dare troppa confidenza.
La mia “seconda casa” era migliorata notevolmente con la nuova gestione, anche se rimaneva comunque un posto frequentato da personaggi loschi. Dovetti fare una corte spietata a Edith. A suo modo, mi aveva preso in simpatia ed ero l’unico frequentatore del locale che la accompagnava a casa dopo il turno. Ogni tanto, a esercizio chiuso, rimanevamo io, lei e Alfred a chiacchierare e a bere fino al mattino. Il mio lavoro in macello era duro, ma grazie a loro avevo trovato una nuova serenità e passavo molto meno tempo alle slot machine”.
Si vedeva chiaramente che Cecè era emozionato, ci stava raccontando la sua vita, chissà da quanto voleva parlarne con qualcuno. Ed io, appassionato di film d’azione e sport estremi, stranamente mi sentivo incuriosito dalla sua storia e dal modo in cui la raccontava. Gli chiesi come andò a finire con quella ragazza:
“Col tempo si era formato con Edith un rapporto speciale, iniziammo a sentirci sempre più spesso. Alfred e altri nostri conoscenti si convinsero che fossimo insieme. Ma la nostra era una relazione inusuale. Ridevamo, discutevamo e passavamo del tempo in compagnia come una coppia qualsiasi, ma non c’era mai stata una vera e propria dichiarazione. Il tutto era avvenuto molto lentamente, senza stabilire nessun progetto comune e, soprattutto, nessun rapporto fisico, nemmeno un bacio.

Non era una ragazza fredda, ma sembrava non avesse nessun interesse ad avere un fidanzato. Io mi sentivo attratto da lei, ma non andavo mai oltre un certo limite, sentivo che non avrei ottenuto nulla. Ci volevamo bene, ma era come se ci fosse un freno tra noi due.
Una sera accadde un fatto che cambiò le nostre vite.

Era una notte d’estate e dopo la chiusura ci fermammo a parlare, seduti su una panchina, in un piazzale distante circa trecento metri dal bar; quando, a un certo punto, sentimmo un esplosione che ci gettò nel panico. Ci rendemmo subito conto che lo scoppio veniva proprio dal bar e tornammo indietro per vedere cosa fosse successo. Trovammo quello che era stato il nostro ritrovo per quasi tre anni tutto annerito e le persone del palazzo di sopra sui balconi, spaventate dal boato ma, per fortuna, nessuno sembrava essersi ferito.

Edith scoppiò a piangere, io chiamai subito Alfred, ma quello non rispose.
Quella notte fu lunghissima, del bar rimanevano solo i muri, tutto il resto era da buttare. Vennero i carabinieri, avvisati dai vicini, e ci tempestarono di domande sull’accaduto. Sia io che Edith non sapevamo che rispondere. Sempre i vicini, che la conoscevano, avevano detto ai militari che lavorava lì, ma Edith era confusa per lo shock e bloccata dalla preoccupazione di avere delle grane: come spesso accade alle cameriere, non era regolarmente assunta e Alfred l’aveva sempre pagata in nero. Non sapevo veramente che dire e come aiutare quella che era quasi la mia ragazza, ero assai in difficoltà.
I giorni successivi chiamai Alfred ma il suo cellulare squillava a vuoto. Edith fece lo stesso ma era inutile. Il suo capo era sparito e nemmeno sapevamo dove cercarlo. Ci accorgemmo che nonostante le tante notti passate insieme a chiacchierare e a divertirci né io né Edith sapevamo dove abitasse e se avesse dei parenti da poter chiamare. Anche le persone che negli ultimi due anni ci aveva presentato alle feste private e nelle discoteche non furono di grande aiuto. Tutti si ricordavano di lui come una persona molto divertente e appariscente, ma nessuno sembrava conoscerlo bene e nessuno aveva più sue notizie.
Io e Edith uscimmo ancora per un periodo e iniziammo a formulare ipotesi su cosa poteva essere successo. Aveva dei debiti? Aveva subito minacce o ritorsioni? Era finito in brutti giri? Racket?
Di quella studentessa mi ero innamorato e non so quante volte le chiesi se si fosse accorta di qualcosa di strano ma negava sempre. Certo, il locale non era frequentato da gente per bene ma non avevamo mai visto risse o scazzottate e Alfred non ci era mai sembrato preoccupato o sotto pressione. Ma si era pur sempre nella periferia romana e, sebbene fossimo ancora giovani, sapevamo che molti commercianti pagavano il pizzo ai clan della zona. Per cui a poco a poco ci convincemmo che l’unica spiegazione possibile all’esplosione fosse che Alfred non avesse pagato quanto richiesto. Questo ci spaventava molto e non ci tranquillizzava sulle sorti del nostro amico.
L’altra ipotesi, ancora più preoccupante, era che, siccome fra le sue frequentazioni piccanti c’erano anche alcuni politici romani, qualcuno lo avesse voluto far fuori per evitare scandali. Ma in quel caso perchè fargli saltare per aria il bar? Non bastava farlo sparire e basta?
Edith era figlia di una famiglia onesta, di modeste condizioni. Studiava lingue, quindi, dopo aver perso il lavoro e aver rimuginato per un pò di tempo sui fatti, decise di cambiare aria e completare i suoi studi all’estero. L’esperienza come cameriera l’avrebbe aiutata anche a pagarsi l’università straniera. Fece sicuramente la scelta giusta, ma per me fu difficile da accettare. Dalla prima ragazza di cui mi ero innamorato ero dovuto scappare e la seconda mi stava scappando, e in nessuno dei due casi era colpa nostra. Iniziò un periodo buio, fatto solo di un lavoro insopportabile e sbornie quotidiane. Quell’esplosione si era portata via l’unico amico che avevo e la mia ragazza.”

A quel punto dagli occhi di Cecè, che come ho detto prima sembravano sempre sul punto di piangere, iniziarono ad uscire effettivamente le lacrime e anche per me e per il mio amico trattenere l’emozione, davanti a quell’uomo così provato, divenne difficile.
“Però non era ancora arrivato il colpo decisivo, il destino aveva in serbo per me un’ultima illusione. Un giorno squillò il mio cellulare, vidi un numero che non conoscevo e quando risposi sentii una voce femminile familiare, ma che non riuscivo a ricondurre a nessun volto. Era Giovanna, una mia cugina che non vedevo da quando avevo tredici anni. Poco più grande di me, da piccoli avevamo passato molto tempo insieme, fino a quando non si trasferì al nord con la sua famiglia e da allora persi le sue tracce.

Aveva avuto il mio numero da parenti e mi contattava perché la ditta per la quale lavorava stava cercando personale e, insomma, mi voleva proporre un lavoro. Allora non avrei mai immaginato che quel lavoro e quella cugina grassottella, che ricordavo con tenerezza, mi avrebbero dato il colpo finale.

Lì per lì mi sembrò un occasione da non perdere, quasi mandata dal cielo. Come ho detto avevo un buon ricordo di lei, una ragazzina molto socievole e simpatica, piena di amici e sempre disponibile a giocare con me, anche se, come ho detto, era un più grande. Il suo accento al telefono era già imbastardito da inflessioni bresciane. Mi aveva detto che era appena diventata caporeparto in una fabbrica dove si producevano interni per bus e corriere. Cercava, in pratica, un operaio che avesse qualche conoscenza di meccanica. Altro particolare che mi riportò alla mia adolescenza, quando il lavoro in officina mi appassionava. Il lavoro in macello, al contrario, era sempre uguale e mi stava togliendo ogni energia mentale e fisica. Dovevo assolutamente cambiare lavoro.

Così, accettai la proposta e mi spostai nel paese di Giovanna, mi diede anche da abitare visto che il marito possedeva un monolocale libero.
Il primo mese di lavoro camminavo a un metro da terra, ero riuscito a trasferirmi senza perdere nemmeno un giorno di stipendio. Il monolocale era piccolo e umido ma molto vicino alla fabbrica Il mestiere era duro ma non alienante, come il precedente, e in effetti ritrovavo un pò di quella passione per il lavoro pratico e manuale che avevo perso completamente, nel periodo romano. Ero a contatto tutto il giorno con ferro, gomma, plastica e materiale elettrico e non con delle povere bestie da abbattere a ripetizione.

I primi tempi riuscivo anche a contenere il viziaccio della bottiglia, andavo nei bar solo nei fine settimana.
L’unica cosa che non mi convinceva di quella nuova vita era quella stronza di mia cugina. Ragazzi, ancora oggi mi prudono le mani quando penso a quanto mi ha fatto dannare.

Non posso dire che fosse cambiata rispetto a quando eravamo piccoli, posso solo dire che allora ancora non la conoscevo. Infatti era ancora simpatica, socievole ed affabile, ma sul lavoro era terribile.
Capii ben presto come aveva fatto a diventare caposettore pur non sapendo praticamente niente del lavoro che svolgeva.

Era un’autentica stronza, riusciva a mettere tutti contro tutti e uscirne sempre vincitrice. La sua fama la precedeva in tutta l’azienda ed era temuta anche da alcuni suoi superiori.
Non me ne accorsi immediatamente, ma riusciva ad usarmi come pedina per i suoi giochi di potere. Più che l’operaia avrebbe dovuto fare la venditrice o la maga, per la sua capacità di manipolazione.

I colleghi che avevo più in confidenza mi avevano detto – al bar, perchè sul lavoro non si fidavano – che da quando lavorava lì aveva sempre evitato in ogni modo i lavori più pesanti, che in quella fabbrica anche le donne svolgevano. Era come se riuscisse sempre a guadagnarsi la fiducia del capo di turno, questo le lasciava fare quello che voleva e, dopo qualche tempo, riusciva a mettere in cattiva luce anche il nuovo superiore.

Giovanna, negli anni in cui ci eravamo separati, era diventata una specie di incantatrice.
Alla Formet, questo era il nome della ditta, si diceva che per colpa sua avevano perso il posto almeno quattro persone e due ex responsabili erano stati demansionati. Uno di loro, un gran lavoratore che conosceva palmo a palmo tutto lo stabilimento, ebbe un esaurimento a causa di quella delusione professionale.”
“Aspetta Cecè noi abbiamo un amico che lavora lì! Si fa una quarantina di chilometri tutti i giorni per raggiungere la ditta. Possiamo chiedergli se la conosce…”
“Spero per lui che non abbia mai avuto a che fare con Giovanna.”
“Non credo, lui è nell’ufficio progettazione. E’ ingegnere.”
“Non importa, quella con le parole è in grado di ingannare anche il padre eterno!
Piano piano, quasi senza che me ne accorgessi, riuscì a rendermi insopportabile quel lavoro che, se non fosse stato per lei, ne sono sicuro, avrei potuto fare benissimo per tutta la vita. Innanzitutto, nel corso di un anno le mie mansioni triplicarono: scaricò su di me parte del suo lavoro e parte del lavoro di altri operai, che in quel periodo le andavano più a genio di altri. Essendo lei la mia responsabile, avrebbe dovuto insegnarmi come si faceva il lavoro, invece dovetti imparare tutto da solo. Anche perché molti colleghi non mi vedevano di buon occhio. Dopotutto ero suo parente, mi aveva chiamato lei, quindi molti pensavano che fossi un suo protetto, non potevano fidarsi di me. E io ero nella stessa situazione, era stata la cara cugina a trovarmi quel posto, a salvarmi dal periodo nero romano: all’inizio le avevo raccontato tutto quello che mi era successo, sia a Napoli che a Roma. Con abilità aveva conquistato la mia fiducia. Mi resi conto, quando ormai era troppo tardi, che ero fregato: mi teneva in pugno, sapeva come ricattarmi.
Addirittura pagavo l’affitto anche alla sua famiglia.
Per la cronaca, il marito era un collaboratore esterno della Formet che veniva pagato profumatamente per il lavoro che faceva; anzi che non faceva. I semilavorati che ci procurava erano di pessima qualità, ma chi avrebbe dovuto controllarli era la moglie e ci costringeva ad aggiustare, raffazzonare o sostituire quella robaccia. Raddoppiando e peggiorando il nostro lavoro. Una volta, un poveraccio si era anche fatto male seriamente, con uno di quegli arnesi in metallo di pessima qualità, ma lei aveva messo a tacere tutto, e quello non si era fatto nemmeno un giorno di infortunio.”
“Cecè, ma i proprietari non si sono mai accorti di nulla?”

“Non fino a quando ci ho lavorato, non si sono mai accorti di questo e di altri imbrogli che facevano. Girava voce che fosse amante di uno di loro, ma non lo posso sapere con certezza. Di sicuro è una donna senza scrupoli, ma credo che lei non avesse bisogno di ricorrere a certi mezzi, riusciva benissimo a ottenere ciò che voleva con l’inganno e con le parole.

Pensate che, dopo un anno che lavoravo lì, mi costrinsero a fare gli straordinari per coprire la mole di lavoro causata dalla pessima qualità dei materiali forniti. E, proprio in quel periodo, il marito mi alzò l’affitto di casa. I frutti del mio straordinario se li prendevano loro.”
Prese parola il Cau, che aveva ascoltato attentamente tutto il racconto: “C’è tanta gente che viene sfruttata sul lavoro, e di storie simili a questa ne ho sentite. Ma Cecè, tu è da almeno un anno che stai qui in giro a mendicare, quindi sei scappato dalla Formet e dalla perfida cugina?”

“Si, dopo un altro anno ho deciso di andarmene e di rifugiarmi qui in montagna. Non ho mai

portato nemmeno la lettera di licenziamento, non mi sono più presentato sul posto di lavoro e basta. Non sono più riuscito a trovare la forza per affrontare tutte le difficoltà della vita, dopo un incontro inaspettato e una notizia terribile, dalla quale non sono più riuscito a riprendermi. Al tempo ero solito uscire alla sera con due colleghi, praticamente gli unici con cui avevo un rapporto umano. Questi due scapestrati erano diventati i miei compagni di bevute. Un sabato sera insistettero per portarmi in un night sul lago di Garda. Ben presto si appartarono con qualche ragazza mentre io rimasi solo al bancone del bar. A un certo punto sentii una mano toccarmi la spalla… Non ci potevo credere, davanti a me, elegantissimo e raggiante come lo ricordavo, apparve Alfred; fu come vedere un fantasma. Mi offrì da bere e iniziò subito a parlare di sé. Era in compagnia di un uomo tutto muscoli e abbronzatura fuori stagione, che non fiatò per tutto il tempo. Mi disse che risiedeva all’estero e che tornava solo ogni tanto per divertirsi. Quel disgraziato, come se niente fosse, mi raccontò che aveva messo in scena l’esplosione del vecchio bar per prendere i soldi dall’assicurazione e scappare a Fuerteventura. L’intenzione era di aprire un locale sulla spiaggia, un posto chic che lui potesse gestire senza sporcarsi le mani. Il piano era riuscito perfettamente, il baretto nella località turistica andava a gonfie vele e a suo dire aveva molto più tempo libero di prima: poteva permettersi cinque dipendenti perfettamente in grado di gestire il locale da soli.

Rimasi di stucco, io e Edith avevamo passato sei mesi a chiederci che fine avesse fatto, lei aveva perso il lavoro dall’oggi al domani e per quel motivo aveva lasciato l’Italia. Non ci eravamo più visti e lui mi raccontava tutto come se niente fosse, con naturalezza e il sorriso sulle labbra.

Dovetti aspettare la fine del terzo drink per riuscire a domandargli se avesse notizie di Edith, se almeno a lei avesse scritto qualcosa. Per la prima volta durante la serata notai un cambio d’espressione sul suo volto, una serietà improvvisa. Mi chiese se non avessi saputo niente. Gli risposi di no, e chiesi cosa ci fosse da sapere.

Disse che Edith era morta. Le avevano diagnosticato un cancro durante una visita di controllo, al primo ritorno in Italia.
La madre lo aveva chiamato perchè era il primo numero nella rubrica del cellulare della figlia; poi, distrutta dal dolore, non era più riuscita ad avvisare altri conoscenti. Gli raccontò che si era trasferita a Sheffield, in Inghilterra. Che aveva trovato subito lavoro e che gli studi promettevano bene. Ma quella malattia inaspettata non le aveva dato il tempo di costruirsi la nuova vita che voleva.

Appena realizzai l’accaduto, la rabbia prese il posto dello stupore e scagliai il bicchiere che avevo in mano contro uno specchio del locale. Subito dopo scappai fuori e passai la notte a girovagare in riva al lago.
È da quella notte che mi sono perso, il cervello mi si è annebbiato. Troppe delusioni e troppo alcool.

Con che coraggio potevo tornare ad affrontare i travagli quotidiani, e le angherie del mio capo, dopo quella notizia?
Non ricordo nemmeno come feci a tornare al mio appartamento il giorno seguente, ma ci riuscii; presi il poco che avevo e iniziai a spostarmi a piedi, sempre più a nord, fino ad arrivare quassù.

Da allora non ho più sentito il freddo, la fame, il dolore fisico, non sento più niente. Sono come i sassi delle montagne qui dietro. Tiro avanti dormendo dove capita e facendo qualche lavoretto per i contadini, in cambio di qualcosa da mangiare o, e lo preferisco, qualcosa da bere.”

Quel racconto mi aveva colpito, averlo ascoltato era come aver letto la biografia di un poeta maledetto, ma senza la poesia. Come aver visto un film sulla vita di una rockstar ma senza il

rock e il successo, era un’esperienza più comprensibile e vicina alla mia realtà. Quell’uomo, a noi semisconosciuto fino a poco prima, era un debole che non era riuscito a resistere alle difficoltà che capitano a tutti, o, in effetti, con lui il destino si era particolarmente accanito? Io e il Cau non ce la sentimmo di dire niente a Cecè, dopo quel racconto. Ma, da allora, iniziammo a preparargli la cena una volta alla settimana, scambiando due chiacchiere con lui; intervenivamo quando alle feste, per il troppo vino, diventava molesto e lo difendevamo quando qualcuno lo prendeva in giro.

Poi, un giorno, scomparve, lasciando il capanno dei Gusberti come lo aveva trovato.
Chissà se ha cambiato di nuovo paese, se dorme in qualche fienile o si è buttato da un dirupo. Qui attorno ce ne sono tanti.

 

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