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Caffè

P

artiamo dal presupposto che adoro il caffè. E non faccio parte di quella schiera, puramente italica, che “il caffè è buono solo da noi”, “all’estero te lo danno slavato” e altre robe simili. Io la vedo così: paese che vai, caffè che trovi. Che poi il caffè è proprio una delle mille sfumature che ti fa capire quanto è bello essere tutti diversi, ognuno con le proprie caratteristiche.

Detto ciò. E’ mattina inoltrata ed entro in un caffè (niente splash).

A proposito, mi trovo in un paesino sperduto di cui non ricordo il nome, comunque a circa 100 km da L’Avana in direzione Viñales.

Entro e mi trovo di fronte un signore distinto, di mezza età, vestito elegante ma con vestiti da due soldi. Occhiali da vista spessi come il fondo delle bottiglie di rum accatastate dietro di lui.

Mi serve il caffè e al posto dello zucchero, mi allunga un pezzetto di fusto di canna da zucchero che sciolgo nella bevanda. Roba da non credersi. Il caffè poi è buonissimo.

Mentre bevo mi guardo un po’ in giro, ma non sono qui per raccontarvi dell’arredamento del locale, perché il protagonista del mio racconto è Juan. Il suo volto mi incuriosisce, il suo portamento, la sua stessa educazione nel servirmi il caffè alimentano in me la voglia di saperne di più. Così chiedo. E lui risponde.

E mi dice che si chiama Juan. E che lui è nato lì, in quel paesino sperduto a metà tra L’Avana e Viñales. E mi dice che è un ingegnere informatico e che fino a pochi anni prima lavorava per un ente governativo che opera in sicurezza informatica. E pensare che ero convinto che a Cuba certe cose non esistessero nemmeno.

caffè

Aggiunge raccontandomi che il padre era anche lui ingegnere, ma aerospaziale. Aveva fatto parte del team cubano di Intercosmos, un programma spaziale sovietico, che mandò in orbita un sacco di cose, tra cui la navicella spaziale Soyuz 38, anche grazie al contributo del padre. Juan termina la parentesi sul padre facendomi ben presente che la “cubana” Soyuz 38 fu una missione molto positiva, a differenza delle precedenti, perché riuscì finalmente l’aggancio, ma non ho capito a cosa.

“Ok va bene la storia del babbo”, dico io, “i russi e le navicelle spaziali, ma non mi è chiaro cosa ci fai in un posto come questo, a servire caffè, se vuoi molto ben fatto, a dei clienti di passaggio come me, quando è assolutamente chiaro che vali molto di più”.

Juan scoppia in una grassa risata.

“Molto di più, dici?” fa un sorriso amareggiato, ora. E così mi racconta che quando lavorava come ingegnere per il governo, la sua paga era scarsa, ma comunque migliore di tanti altri a Cuba. E il lavoro lo portava a essere lontano da casa molto spesso. Poi un giorno, conversando di fronte ad un caffè con un amico barista, salta fuori che ok, col caffè non ci si prende molto, ma le mance che lasciano gli stranieri, che in tasca hanno dollari americani o CUC (che vale dieci volte il peso cubano), fanno davvero la differenza. E così Juan chiede: “Mi insegni come si fa un buon caffè?”.

A questo punto tutto mi è chiaro, però un conto è fare il barista al Parque Central de L’Avana, dove il numero di turisti è effettivamente elevato tutto l’anno, ma lui si trova comunque in un paesino sperduto a metà tra L’Avana e Viñales. E decido di farglielo notare.

E Juan risponde. “Hai ragione, però non voglio diventare ricco, a me basta stare bene e godere della vita insieme alla mia famiglia e ai miei amici. E poi comunque qui siamo esattamente a metà tra L’Avana e Viñales e una sosta per sgranchirsi le gambe e bere qualcosa se la fanno in tanti durante il tragitto. Credimi, a questo punto basta avere una storia interessante da raccontare” conclude lui, lasciandosi andare ad un sorriso beffardo.

Prendo il portafoglio, pago il mio caffè, lascio la mancia all’uomo ed esco. Mentre risalgo in macchina, mi accorgo che proprio di fianco a noi sta parcheggiando un pulmino zeppo di turisti, probabilmente europei, pronti a farsi raccontare una storia da un ometto elegante che serve caffè.

Vera? Inventata? Non è importante.

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