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Storia di Mohamed

C

[/otw_shortcode_dropcapi]i ho pensato tanto, ma non riesco mai a rispondere alla domanda che occasionalmente mi fanno: cos’è per te la boxe?

E’ da quasi dodici anni che sono nell’ambiente, prima come pugile e ora come uno che dà consigli ai suoi allievi. Maestro però, è una parola troppo grossa, troppo inflazionata.

Dopo la morte del mio, che Maestro lo era davvero, ho deciso di continuare a gestire la sua palestra. Non penso di aver mai voluto così bene a una persona a tal punto da modificare il mio comportamento. Semplicemente quell’uomo mi ha reso migliore, e in tutto. Sarò sempre in debito con lui.

A volte è la normalità il vero spettacolo, specialmente quando si vedono ragazzi di ogni età, di ogni ceto sociale e di ogni provenienza avvicinarsi a un ambiente che per troppo tempo è stato accostato a un fare violento, crudo, a suo modo pittoresco, destinato alla fascia bassa della popolazione e non alla portata di tutti. Per ognuno di loro ci sono troppe storie da racchiudere in un unico racconto, forse non basterebbe un libro. Si passa da Mohamed, un ragazzo somalo richiedente asilo, a Gianni, un amatore cinquantenne che da Ferrara si è stabilito a Guastalla per motivi di lavoro, e che deve calare la pancetta; da Hassan, figlio di un pugile che vuole seguire le orme del padre, a Alessio, venuto in palestra per caso, perché non sapeva forse come impiegare il tempo libero.

Chi per un motivo, chi per un altro, si ritrovano tutti ogni giorno alla stessa ora, a menare un sacco o a colpirsi tra di loro. E per quelle due orette che occupano i locali della palestra, io mi sento bene ad averli qui e sono in pace con il mondo.

Non tutti riusciranno a salire su un ring, forse nessuno diventerà un campione, ma il solo fatto di averci provato li farà sentire bene un giorno, come mi sento io ora.

Misurarsi con una persona del tuo livello, ad armi pari, è un’esperienza che ogni uomo dovrebbe fare.

E’ bellissimo quando uno dei ragazzi combatte, con tutti i suoi compagni di allenamento intorno al ring a fare il tifo, anche quelli con cui magari giorni prima si era mandato a cagare. Ognuno è assuefatto alle emozioni forti, alla fatica durante gli allenamenti, all’ansia prima del combattimento, all’adrenalina una volta sul ring, alla gioia della vittoria che ti rende euforico e alla tristezza di una sconfitta, che ti rende muto come un sasso: il pugilato è la cocaina di noi combattenti.

Quante rinunce per salire su quel ring: ricordo addirittura una sauna “fai da te” dell’ultimo minuto, con maglioni e riscaldamento a manetta dentro la macchina prima delle operazioni di peso, per rientrare nella categoria. Quante feste saltate e quante birre non bevute! Quante volte ho visto una scossa elettrica blu dopo aver ricevuto un colpo, e subito dopo le stelline; quante volte il mio naso ha pisciato sangue e ho sentito il suo sapore in bocca. Ma lo rifarei da capo, tutto; dal debutto in cui vengono tutti gli amici a vederti, tanto dalla seconda volta non ti cagheranno più, alle sagre di paese in sperduti paesini della Toscana, dal Teatro Principe di Milano ai viaggi sgangherati con rientri ad orari improponibili. Il tutto per 50 euro. Ma l’entusiasmo prevale, sempre.

Non potrei mai vivere senza il pugilato, piuttosto mi lascerei morire come fa un animale quando si accorge di essere troppo vecchio. A pensarci bene, Hemingway ha detto la cosa più giusta: “La boxe è il mio tutto”.

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